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L’”iperidentità” è un termine utilizzato in pedagogia durante un momento unico di affermazione del sé, ad esempio quando il bambino mette alla prova le proprie capacità motorie.[1] In questo contesto si intende la ricerca di “altro” (virtuale o reale) che porti a un’ulteriore affermazione della propria identità (del sé) iper-estesa e si attesta nell’ambito della sociologia contemporanea.

Sull'iperidentità

L’”iperidentità” è un termine utilizzato in pedagogia durante un momento unico di affermazione del sé, ad esempio quando il bambino mette alla prova le proprie capacità motorie.[1] In questo contesto si intende la ricerca di “altro” (virtuale o reale) che porti a un’ulteriore affermazione della propria identità (del sé) iper-estesa e si attesta nell’ambito della sociologia contemporanea.

Si potrebbe anche affermare che, in età più matura, questa espressione ha grande affinità con il fenomeno del narcisismo individuale ben spiegato all’interno del saggio di Christopher Lasch La cultura del narcisismo, l’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive, testo di riferimento per lo studio dell’individuo all’interno della società scritto nel 1979 e pubblicato in Italia nel 1986.

Nella postfazione Lasch, a proposito dell’indagine sull’individuo, scrive: “il nuovo narcisista è ossessionato non dal senso di colpa, ma dall'ansia. Non infligge agli altri le proprie certezze, ma cerca un significato nella vita. Liberato dalle superstizioni del passato, dubita perfino della realtà della propria esistenza […]. È acquisitivo, nel senso che le sue voglie non hanno limiti […], ma esige soddisfazione immediata e vive in uno stato di desiderio inquieto e perennemente insoddisfatto.”[2]

Questa teoria profetica è stata poi nel tempo confermata e portata avanti nel mondo contemporaneo da parecchi autori e in particolare dal sociologo Gilles Lipovetsky il quale nel suo saggio del 2016 L’era del vuoto, saggi sull’individualismo contemporaneo scrive: “Una nuova fase dell’individualismo si instaura: il narcisismo rappresenta il sorgere di un profilo inedito dell’individuo nei suoi rapporti con se stesso e il proprio corpo, con gli altri, il modo e il tempo […]”.[3]

Questo è l’assunto per potere guardare ancora più nello specifico il significato della parola iperidentità e poterne dunque dare una spiegazione coerente con la modernità e la tecnologia che ci circonda. Oggi si può affermare che l’individuo esprime se stesso, la sua pulsione egocentrica più profonda ma soprattutto il suo intimo bisogno di consenso anche attraverso una possibile iper-estensione del sé determinato dalle varie piattaforme social di internet. Un on-line perpetuo, sia nella veglia che nel sonno, uno stato di piccole momentanee emozioni alimentate da un mondo esterno fatto di promesse dove il proprio stato emozionale diviene il momentaneo, impermanente manifesto.

Oggi, ciò che esprime la nostra identità, i nostri pensieri, le nostre opinioni, quello che amiamo e quello che non ci piace non è più solo determinato dal mondo fisico che ci circonda, ma da tutto un universo che si è “formato” negli ultimi due decenni circa.[4] Con l’avvento della tecnologia, di software avanzati come ad esempio Skype si può parlare in tempo reale anche a grandissime distanze. Le piattaforme social permettono oramai di “esistere” in un mondo o meglio in un iper-mondo che non ha luogo fisico ma si trova in “cloud”; tutti da tutto il mondo vi possono accedere e l’identità personale non è più solo fisica ma anche metafisica come a dire: un pezzo di me risiede nel presente fisico ma molte altre parti che costituiscono e rispecchiano la mia identità sono su piattaforme intangibili, io sono qui ma anche altrove. La mia voce si è iper-estesa nel mondo attraverso veicoli tecnologici e questo non solo mi rafforza ma il consenso che ne ricavo è molto più di valore in quanto posso ricevere un mi piace da ogni dove.

Tutto ciò ha portato a notevoli cambiamenti di sguardo sul mondo, sulle cose e in primis verso se stessi.

Citando nuovamente Lipovetsky egli afferma che stiamo vivendo una seconda rivoluzione individualista, dove di fatto si sta attuando un processo di personalizzazione che non cessa di rimodellare in profondità tutti i settori della vita sociale.[5]

Proseguendo la relazione che esiste tra iperidentità, benessere e stile di vita quotidiano, Luca Ricolfi nel suo saggio “La società signorile di massa”[6] analizza le diverse motivazioni che hanno portato al fatto che oggi la percentuale degli italiani che lavora (39,9%) sia inferiore a quella di coloro che non lavorano (52,2%)[7]. Nello specifico si analizzano i diversi fenomeni del consumo contemporaneo: “viviamo in un’epoca in cui lo status dipende più dal consumo esibito che dalla professione”[8], e dato che ad oggi sono ben 32 i milioni di italiani attivi sui social (nello specifico nella fascia sedici-sessantaquattro anni il tempo totale medio di connessione è di sei ore al giorno)[9], si può asserire che l’iperidentità costituisce un elemento fondante in questa nuova partita di ricerca identitaria.

Concludendo:

  • Oggi domina una visione del sé iper-estesa intesa come la ricerca di “altro” (virtuale o reale) che porti a un’ulteriore affermazione (del sé).
  • Ci si muove in uno spazio e in un cyber spazio, incessantemente connessi, senza confini di alcun genere, dove la mobilità sia fisica che di accesso è divenuta un elemento centrale.
  • Si sta formando un “nuovo sguardo” all’interno di un mondo senza frontiere, in permanente movimento, dove le scelte e le abitudini del singolo individuo vanno in direzione di una costante, fluttuante, animata ricerca di benessere.

 

Gli avvenimenti degli ultimi tempi che hanno cambiato tutti noi portandoci in un dovuto, forzato stato di isolamento, hanno affinato ulteriormente la nostra personale iperidentità. Grazie alla tecnologia, ad applicazioni studiate per un’emergenza che forse poi diverrà normalità, siamo riusciti a mantenere un’apparenza di “stesse abitudini”: corsi di yoga, meditazione, sessioni di terapia, aperitivi, lezioni in streaming ecc. Un mondo intangibile dove, oltre alla non presenza della materia, l’elemento di stacco è espresso dalla modalità di accesso, ovvero sono io, essere umano apparentemente decisore, che imposto e fisso il mio personale mondo a prescindere da ciò che avviene esternamente. La mia relazione col “mio” evento si personalizza ulteriormente mutandosi in applicazione di connessione con il mondo di fuori dove, come citato, sono io a definire ancora maggiormente i termini. Con la momentanea sospensione dei servizi del mondo esterno il link possibile è quello virtuale; un virtuale personalizzato dove l’iperidentità è ancora di più accentuata: l’accesso è personale, soggettivo, privo di elementi di disturbo esterni. Per fare un esempio è l’utente che sceglie a quale corso aderire, senza obbligo di parole o incontri, dove il fulcro, nel bene e nel male è la sola dipendenza tra l’uomo e il servizio richiesto. La tecnologia in questo frangente ci ha salvati, ci ha connessi ad un mondo la cui materialità forse, dopo, si apprezzerà maggiormente. 

 

[1] Aucutrier, B., Darrault I., J.L. Empinet, La pratica psicomotoria, rieducazione e terapia, Armando Editore, 2009, p.166. (la ricerca di uno stato limite)

[2] Lasch, Ch., La cultura del narcisismo, l’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive, Bompiani, 1979.

[3] Lipovetsky, G., L’era del vuoto, saggi sull’individualismo contemporaneo, Luni Editori, 2016, p.55.

[4] Skype risale al 2003, facebook al 2004, Youtube del 2005, Instagram, Twitter, , Linkedin, flickr, tumblr, foursquare, ecc..

[5] Lipovetsky G., L’era del vuoto, saggi sull’individualismo contemporaneo Luni Editori, 2016, p.7-

[6] Ricolfi L., La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019.

[7] Ibidem p.29

[8] Ibidem. p.106

[9] Ibidem p.113

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